La cena dei single
Uno dei pochi vantaggi di riuscire a vedere in fondo allo strapiombo, chinandosi in avanti, è non aver nulla da perdere. Prenoto in largo anticipo alla cena dei single in quel di Milano, la città da digerire (come dice Grillo), una cena in cui s’affrontano i due sessi in gruppi di sei, in tavoli ad ospiti rotanti. Ad ogni rintocco di portata i maschi scattano e migrano, in cerca di terreni più fertili e parole nuove. Serata partita in odore di disfatta. Mi si prospetta l’assenza di rancio adatto a me, in questa neonata asiancuisine, grotta d’incanto dalle note d’oro e luce leggera sui cuscini, come petali di rosa bianca. Scopro alla mia età che l’asia non è vegetariana, nè si nutre di pane e formaggio. Riposo al pomeriggio, per dare il meglio di me ai test verbali ed alle tabelline, cioè una stentata sufficienza. Riprendo in mano i bignami della storia antica, per ricordare nascita di Pericle e disfatta di Roma Impero. Mando a memoria una poesia gentile, il raggio della Terra, il valore di pi greco. Controllo l’estensione del mio gap di cultura generale con la settimana enigmistica, rubrica “forse non tutti sanno che”. Non ne prendo una, mi sento molto meglio. Si cura anche l’esterno, che, come si sa, non conta nulla, come il denaro, finché ce l’hai. Ai blocchi di partenza cambio strategia essenziale, mutando con sorpresa a me medesimo un completo grigio in spezzato sportivo. Una camicia nera regala agli occhi un tocco di raffinata e struggente melancolia esistenziale, che ben s’intona con l’umore dell’anno e sopracciglia fosche, e che sempre colpisce cuori d’infermiera o volontarie Avis. Sono pronto alle danze, in questo primo giro, novizio cadetto degli incontri a due. Arrivo trafelato con 30 minuti primi d’anticipo. Non voglio esagerare, sembrare impaziente. Mi congelo in auto un quarto d’ora, ascoltando radio Maria, unendomi alle loro invocazioni, in un rigurgito estremo di fervore religioso. A cervello frullato e fede rinnovata in extremis, entro nel locale, come pistolero nel saloon. Non trovo le parole giuste, esito un secondo. Il cameriere guarda e mi sorride “Cena dei single, vero? Al piano inferiore”. Lascio giaccone e rossore al guardaroba, domandandomi se preveggenza alberghi nel cuore dell’uomo per davvero. Io che la snobbo. In una sala dal soffitto a volte ampie di mattoni rosa, in alcove illuminate a giorno, dei tavolini bassi incastrati in un letto morbido, pavimentato a cuscini marroni. E lì, molto casalingo, un signore sdraiato e scalzo legge il giornale, spataffiato, mentre sua moglie fruga nel riso con le immancabili ed incanutenti bacchette in legno decorato, avvolte in fodero, come pistole del sucidio, terrore degli occidentali, fonte perenne di insicurezza alimentare, peggio dell’aragosta con le pinze e della frutta con coltello e forchetta. Smetto ora di deridere il progresso occidentale del primo medioevo, nell’immaginarmi intento ad infilzare chicci con dei rametti insulsi. Vedo che non sono il primo. Alcuni, molto in anticipo, portano vestiti degli anni venti. L’organizzazione ci accoglie materna, con sorrisi ampi, da giostra dei miracoli, raccontando meraviglie di San Faustino prossimo venturo (ndr: è la festa dei single, il giorno dopo san Valentino, che passiamo tutti a casa a bere bile e selz), con centinaia di single(s) raccolti a ghetto nel MyBali, prenotato per intero e non più a trance come adesso, per la megafesta annuale, alla facciazza affranta di quelli sfigati in coppia, e del loro tristo Valentino, passato a cene chic con tavolini tondi e lumini funebri. Noi ci divertiamo, noi, apriamo occhi e cuore in mille mondi possibili, universi paralleli (che di solito si chiudono subito). Non mancheremo no, tanto, come dico spesso, sempre più spesso, che c’ho da perdere. I maschietti appaiono subito gente cordiale, che il ciel li aiuta, volti simpatici, puliti, da single insomma, un po’ spauriti come me, a parte i decani di queste maratone, dal piglio imperioso e la mano in tasca. Assente ancora il piatto forte, l’incognita nascosta, la domanda aleggiante a fumetto sulle nostre teste. E le donne? E loro arrivano, non temete, alla spicciolata, confidando nel valore dell’attesa, con nonscialans. E noi, da parte nostra, si getta l’occhio di sghembo alle dive da scaletta, di nascosto, per soppesar la merce, con calcoli da macellaio, da un tanto al chilo. E mi ritengo soddisfatto, c’è un adeguato ed imprevisto fritto misto, c’è bellezza e simpatia, occhi vivaci. Ci osservano anche loro, scambiandosi pagelle. Io vengo rimandato in “nodo di cravatta”. Per fortuna si paga in anticipo. Rincuorato, tolgo il piede dalla porta. I magnifici 36 ci sono quasi tutti, s’inizia il ballo. Al tavolo del primo round s’agevola da noi la mescita di rosso e bianco, io ed il livornese ne facciamo incetta. Acqua per le donne. Si sbriciola il ghiaccio quasi subito, in un riassunto conciso d’infanzia e travagli del presente milanese. Di Milano non c’è quasi nessuno. Noi decliniamo ligi generalità e mestiere (io indugio sul secondo). Il terzo uomo è programmatore SAP. Non mi stupisce affatto. Ci sono più programmatori a queste cene che al congresso Linux World. Eppure è strano, un mestiere così sexy. Non affronto l’argomento, per tema di risate. All’imbarazzo dei primi minuti subentra un clima da gita scolastica, io m’alzo in piedi e intono le prime strofe dell’osteria numero mille, quella del salame. Poi ci diamo appuntamento la notte nella camera del secchione, per farlo sospendere. Dopo un po’ si va con gli antipasti, che insomma, alle 10 e passa, s’incomincia con la fame. Sbatteremmo le posate sul piatto, se le avessimo. Arrivano dei tondini di riso e verdure in foglia d’alga. La prima prova della serata consiste nel mangiarli con le bacchette. Io riesco al primo tentativo, vado in corner per la capriola e m’alzo la maglietta. Qualcuno bara con le dita, altri frantumano il povero tondino in frammenti di meteora, mangiati poi con la cannuccia. Trangugiati i bocconcini, si va al livello successivo. Finora è stato facile combattere, seduto su sgabello morbido. Adesso il cenare è senza scarpe, contorto come un guru, incastrato nel cubicolo, ad aspettare il piatto number two. Le ragazze, guarda l’astuzia, hanno fatto blocco, sedendosi sui puff e snobbando il baldacchino, a noi lasciato. Così divisi per sesso, ognuno passa a dirsi i cazzi suoi, come alla ricreazione. Propongo infatti il gioco della dama e del cavaliere, seguito da quello della bottiglia (il rosso era finito) e Pinocchietto Schiacciapiedi. Opponiamo anche una debole resistenza alla disposizione, ma ci guardano severe, e desistiamo. Sappiamo bene chi comanda. Le giovani s’informano su hobby e professioni, ricomincia il ciclo di domande, ma sono un po’ distratte, forse deluse, vorrei rimbrottarle, che qui mica si scherza, si cerca l’anima gemella, per la vita intera (o per la notte, io mi spaccio moribondo). Si viaggia di pronomi, che ricordarsi i nomi è improponibile, soprattutto ora, che il livello dei vini scende sotto la soglia d’attenzione. Se ne chiede altro al cameriere, che dice “Sì, ma bisognerebbe fare una firmetta…”, “Una firmetta?”, “Beh, sì, è a parte…”, al ché ci nasce il panico, poi una voce da ventriloquo, con accento genovese “Va beh, allora niente…”. Al turno due non mangio nulla, che di pesce è pregno il croccantino. Finisce il nostro tempo, e puntuale la maglietta rossa dell’organizzatrice ci ricorda il cambio di tavolo, il volo al mostro del livello 3. Timida chiede alle pulzelle di spostarsi in mezzo ai maschi, sul lettone. Viene assassinata con 23 bacchettate nella schiena e trasformata in sushi. Noi scivoliamo, sporchi di sangue, all’altro tavolo. Inizio a chiacchierare con la signora inglese, chiedendo cosa mai può averla trascinata in questo paese osceno. E via così. Ogni tanto ci si guarda come dire “ma farti i cazzi tuoi mai?”, ma in generale è bello conoscere sconosciuti. Mi fa sentire grande. Avevo il terrore delle gaffe, che non mi abbandona mai, tipo chiedere perché sei single ad una vedova. Ma ho mantenuto un profilo basso, da scarafaggio, evitando con fatica argomenti dubbi tipo animali morti, catastrofi economiche, il senso della morte nella poesia del novecento. Ma che emozione calda e rilassante non doversi fingere altrove, per non sentirsi strani, come alle cene di parenti e amici, dove sei l’unico da solo, e gli altri mano nella mano. A questo punto arriva la prova più difficile, che incorona l’uomo vero, il piatto forte: riso con verdure. Non posso deludere chi ha creduto in me, mamma e papà cari, e mangio con bacchette, fino al decesso completo di ogni chicco (gli ultimi gli sospinti in bocca, o convinti con le buone). Qualcuno, il programmatore, quatto quatto, inganna. Si intasca le forchette di portata, le usa di nascosto, deviando l’attenzione con frasi tipo “guardate un pipistrello! attente al topo!”. Altro giro, altro regalo. Tavolo quattro, rimangono due donne, che la terza scappa in stazione per tornare a casa, o in Patagonia a farsi missionaria, credo. In questo girone arrivano dei cestini fatti con spaghetti fritti e dentro verdure e pesce, ed abbandono. Prima, però, spilucco tutti i bordi, staccandone dei pezzi, tipo ratto. Nessuno lo finisce più, mah, chissà. La mia vicina, poverina, mi chiede ingenua la differenza tra vegano e vegetariano. Dopo 20 minuti simula intossicazione da botulino e si fa ricoverare. Gli altri commensali, più smaliziati, si erano già infilati due code di gambero nelle orecchie ed annuivano. Passa decenni tra le portate, che si digerisce tutto, e mi ricorda “cent’anni di solitudine”, la gara del banchetto, dove vince la donnona, perché mangia lentissima, per giorni, senza posa. Qualcuno ha fatto in tempo a sposarsi e partorire due gemelli, adesso aiuto cuochi nelle cucine del ristorante. Scatto verso il tavolo finale, all’ora del caffè. Qui mi accascio a fianco di una che mi parla fitto fitto, curiosa di me e della mia vita. Scopro poi che è psichiatra. Non riesce mai a staccare completamente dal lavoro. Ovviamente le squilla il cellulare, gli amici la reclamano, e lei fugge, col mio numero nella sim, archiviato con il nome “paziente Luigi – single”. Parlo quindi con la gentile occhi-verdi-di-tedesca, ospite fissa del bel paese, che mi racconta incroci e croci della sua nuova vita. A fine serata le prime defezioni, vista l’ora. E’ già l’una e passa (e va). Ma ci aspetta il piatto forte, per duri e puri, la disco prenotata. Ci dicono “chiedere di Dino, dite che siete il gruppo dei single”. Passeremo all’Old Fashion. Io non conosco il posto, non ci sono mai stato, qualcuno rabbrividisce al ricordo, ma viene soppresso dai maschi prima che possa fiatare. Prendo la vettura insieme al livornese, posteggiata in quel di Pavia. Torno a riprendere le due amiche, tedesca e milanese. Poi sbagliamo varie strade, fino ad incappare nel Sempione, per pura fortuna, che spacciamo per navigata competenza. Già l’ingresso preannunciava una totale disfatta anagrafica. Ragazzini truzzi o più laccati, più vicino alla prepubertà che al minorenne, lamentavano lentezza della coda. Mi avvicino alla security. Eviterei la cosa dei single, per pietà, diciamo solo Dino. “Salve, siamo della lista Dino”, e lui, urlando al cassiere lontano “Aho, questi sono della lista Dino, il gruppo dei Single!”. Ecco. “No, no, tranquilli, prendo mia nipote ed esco subito…”. All’interno, se possibile, era peggio. Una ressa insopportabile di tamarri che lisciavano compagnucce in tiro, chi prendeva una fetta di torta, chi ancheggiava mesto, chi svolgeva goffo le prove generali di bullaggine con la tipa della colonna cinque. Noi azzoppiamo subito la timida speranza di approdare ad un divano tranquillo in cui parlare, il privè dei single, itaca di vecchi alienati al branco dominante, fuori posto e tempo. Nulla. Additati al ludibrio, si pascolava in piedi, sul fare dell’uscita, forse pronti al peggio, che, lo si sa, deve sempre arrivare. I giochi nel gioco delle coppie sono chiusi da tempo, gli affini già affinati, e noi programmatori li si guarda, anche perché le nostre amiche del passaggio, vista la parata e l’ora, decidono il ritiro, con il taxi. Io sbaglio, come sempre, strategia, e rimango imbambolato, forse per simulare virile indifferenza. In pista è tutto un vociare caciaro di eeeeee oooooo sulemani sulemani, ipnotico, che lascia passare, nel silenzio, un’ora buona. Confido al livornese la mia imminente dipartita verso i miei cuscini, e lui non si scompone, ha trovato il suo passaggio sull’auto di brunetta occhi-di-cerbiatta. Ritorno al mio destriero in sosta vietata, e m’incammino verso il tramonto. Musica di Sergio Leone. A sfumare in campo lungo.
Serata invero positiva, a tutto tondo. La prima volta nei tre mesi milanesi che ceno con qualcuno, e parlo. Abituato alla pizza in solitario dello spizzico nel dopo cinema, sempre solitario, è un passo avanti bello lungo. E poi persone interessanti, di cui conservo tracce telefoniche, e si promettono aperitivi, altre uscite musicali, il vicino san faustino, un cinema. Un possibile sprazzo d’azzurro nel plumbeo cielo milanese. Viste le mie ultime vicende alla voce “socializzazione”, un altro passo avanti. Mi sorge un dubbio, che m’impantana il sorriso: se ero del burrone al ciglio, mi conveniva fare passi avanti?