Rapa Nui

Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora. Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.
(Apocalisse cap.8)

Rapa Nui, l’isola di Pasqua, è il luogo abitabile più isolato del mondo, con la costa del Cile a 3700 km ad est, e le isole polinesiane di Pitcairn 2100 km ad ovest. Il primo europeo a visitarla fu Roggeveen nel 1722, il giorno di Pasqua, che rimase subito impressionato dalle enormi statue, e si domandò come fosse stato possibile spostarle ed alzarle in assenza di legni robusti e corde. Infatti l’isola è adesso quasi desertica, senza neppure un albero più altro di 3 metri. Ma un tempo possedeva una foresta subtropicale rigogliosa ed una fiorente civiltà (adesso è abitata da poche migliaia di persone). Cosa ha provocato il collasso improvviso di questo ecosistema?

La sua posizione, rispetto alle altre isole della polinesia, è troppo a sud ed il suo clima è più freddo, e le barriere coralline non si possono sviluppare, con tutta la loro ricchezza di pesci e crostacei. E’ un luogo ventoso, che interferisce con il raccolto dell’albero del pane. E’ povera di pesci: 127 specie contro le mille delle isole Figi. La piovosità è piuttosto scarsa, inoltre il suolo vulcanico e poroso filtra rapidamente l’acqua. Le riserve di acqua dolce sono di conseguenza scarse. I primi coloni dell’isola erano di origine polinesiana. Dopo la prima ondata di colonizzazione si ritiene che i contatti con le altre isole siano stati scarsi. Possiamo sostanzialmente considerarlo un mondo isolato. La datazione più probabile per il primo insediamento è il 900dc. Nel periodo di massimo sviluppo si stima una popolazione compresa tra 15.000 e 30.000 persone. Si dedicavano principalmente all’agricoltura (banane, patate dolci, igname, taro, canna da zucchero) che coltivavano con grande sforzo, data la natura del terreno non particolarmente fertile. La società era strutturata in classi. I capi, in cambio del loro sostentamento e dei privilegi di casta, promettevano al popolo raccolti abbondanti e prosperità intercedendo presso gli dei. L’isola era suddivisa in 11 o 12 zone nelle quali risiedevano i vari clan. A causa della disposizione eterogenea delle risorse (in una zona si trovava la cava di tufo per le statue, un’altra aveva la pietra vulcanica per gli attrezzi, un’altra le migliori spiagge per il varo delle canoe, ecc.) la società era sostanzialmente coordinata ed integrata a livello centrale malgrado la distinzione di clan, e, almeno fino agli ultimi anni, piuttosto pacifica. Questo è caratteristico di gruppi sociali che hanno bisogno l’uno delle risorse dell’altro, oltre che del passaggio nei rispettivi territori. Dove le risorse sono omegenamente distribuite è più facile avere popolazioni in lotta continua tra loro. Una pratica distintiva dell’isola è quella della cremazione dei morti, pratica connessa ad un elevato consumo di legna. Le statue più recenti, quelle che si avvicinano al periodo di collasso, sono le più alte, le più maestose. Nel tempo i capi dei clan hanno iniziato a rivaleggiare tra loro nel commissionare statue sempre più grandi, collegate forse a significati religiosi e propiziatori, segno del loro potere di casta superiore. Il costo in temini di risorse umane ed alimentari era elevato. Il trasporto richiedeva dalle 50 alle 500 persone. E’ stato calcolato che nei 300 anni di massima attività il fabbisogno alimentare dell’isola sia aumentato del 25%. Inoltre questo ha favorito un uso intensivo degli alberi per il trasporto e la costruzione delle funi. Ma da dove prendevano il legno necessario? L’isola non è sempre stata desertica. Dall’analisi del polline si ricava che accanto alle 48 specie di piante native, nessuna ad alto fusto, erano presenti anche 21 specie ora scomparse, tra cui una palma che poteva raggiungere 20 metri di altezza ed un diametro di 2 metri. Da queste piante venivano ricavate le piroghe, legna da ardere, funi, tessuti e frutti commestibili. Barche grosse e stabili erano necessarie per la pesca dei delfini al largo della costa (non ci sono fondali bassi in cui pescare con reti o lenze), all’inizio principale fonte di cibo. in passato esistevano almeno sei specie di uccelli autoctoni (anche aironi e pappagalli) ora estinti ed era uno dei posti più ricchi di uccelli marini, che lì venivano per la riproduzione, data la completa mancanza di predatori. In breve tempo tutte queste specie animali si estinsero o diminuirono drasticamente di numero (a causa dell’eccessiva predazione)  e gli abitanti modificarono abitudini alimentari (le informazioni sono desunte dall’analisi delle ossa degli animali uccisi). Anche per i molluschi si iniziò dalla ciprea di grosse dimensioni fino a ridursi quasi esclusivamente a lumache nere. Gli alberi vennero abbattuti per produrre legna da ardere e fare posto alle coltivazioni sempre più spinte verso l’entroterra, alle pendici dei monti. La palma era già rara nel 1500 e poi si estinse, seguita dagli altri alberi ad alto fusto. La progressiva scomparsa degli alberi limitò ulteriormente le risorse di uccelli, legna, funi, e risorse agricole a causa di erosione, smottamenti ed impoverimento del suolo dovuta al vento ed alle piogge. Anche la pratica della cremazione fu sostituita dalla sepoltura. Al crollo delle risorse seguì il crollo demografico, le lotte per le ulltime zone fertili, ed il cannibalismo. I capi religiosi, che avevano sempre assicurato properità e ricchezza, ed impressionato le masse con cerimonie e monumenti sempre più imponenti, furono deposti da una ribellione popolare nel 1680, e la società venne travolta da una guerra civile. La popolazione si ritrovò a vivere in rifugi sulla costa o nelle caverne. Dopo il 1680 le statue furono quasi tutte abbattute o distrutte (solo in tempi recenti sono state sistemate di nuovo in piedi sui loro basamenti in pietra). Nel 1838 ne restava in piedi solo una.
Sono state formulate diverse spiegazioni per un disastro ambientale di queste proporzioni (la stessa desertificazione è presente solo in altre due isole in tutta la polinesia). Si tende ad escludere l’intervento di popolazioni esterne, in particolare occidentali (il crollo ecologico era già in corso prima del 1500). I mutamenti climatici sono un fattore importante ma non l’unico. Altre isole risentirono degli stessi mutamenti ma in nessuna si estinsero flora e fauna, e soprattutto la vegetazione aveva resistito per decine di millenni, per iniziare a sparire proprio all’arrivo dei primi coloni.  La domanda più importante è “Perchè distruggere una foresta da cui dipende la propria sopravvivenza?”. La stessa domanda potremmo porcela adesso “Perchè consumare completamente il petrolio da cui dipende la nostra civiltà prima che un’altra fonte di energia alternativa sia stata trovata?”. Anche in altre isole, comunque, c’era la presenza dell’uomo, ma solo nell’isola di Pasqua l’estinzione di animali e piante è stata così totale. Da una analisi dello stato di deforestazione delle isole della polinesia si trova che questa è maggiore su isole:

  • a clima asciutto
  • fredde
  • vulcaniche vecchie
  • senza caduta di ceneri (dai vulcani del continente)
  • senza makatea (una roccia di origine corallina)
  • pianeggianti
  • remote
  • piccole

Alcuni di questi fattori, ad esempio, influenzano la velocità di crescita degli alberi, che deve compensare la velocità con cui vengono tagliati. Altri influenzano la fertilità del suolo e la sua capacità di rigenerarsi dallo sfruttamento intensivo. In base a tutti questi fattori l’isola di Pasqua si classifica terzultima dopo le uniche altre due isole desertificate. L’ipotesi più probabile,quindi, è che un ecosistema già fragile sia stato sfruttato dall’uomo oltre la sua capacità e le sue possibilità di recupero. La prima osservazione piuttosto evidente, è che una risorsa rinnovabile non può essere utilizzata a tassi superiori a quelli del suo ripristino. Meno evidente è che se la diminuzione della risorsa supera una certa soglia, potrebbe continuare a diminuire anche in assenza di sfruttamento. Ancora meno intutitivo il fatto, evidenziato anche dai modelli matematici realizzati proprio a partire dall’analisi dell’isola di Pasqua, si vede che “il collasso causato da un sovrasfruttamento ambientale può essere estrememamente improvviso ed inaspettato; di conseguenza una civilizzazione può essere destinata al collasso proprio quando sembra crescere in modo costante e stabile”. Quello che distingue la nostra specie dalle altre è l’estrema efficienza (tecnologia e combustibili fossili) nell’utilizzo delle risorse. Ma l’estrema efficienza potrebbe portare a tassi di utilizzo ovunque superiori ai limiti naturali (e mascherare temporanemente questi limiti con nuova tecnologia ancora più efficiente). Già adesso siamo in molti settori al limite della curva dei rendimenti decrescenti, cioè ad un incremento dei costi segue un minimo incremento dei ricavi, segno di un qualche equilibrio o limite raggiunto. Ricordo di aver letto di un’isola in europa destinata in massima parte all’allevamento a pascolo di bovini. Gli ecologisti sostenevano che era pericoloso portare più di tot animali sull’isola. Gli allevatori, deridendoli, mostravano come in realtà il numero di capi fosse aumentato senza problemi ben oltre il doppio della soglia indicata. All’improvviso i pascoli si inaridirono e la popolazione bovina fu in brevissimo tempo ridotta a circa un decimo (se non ricordo male) della soglia massima. E lì rimase. Gli effetti di minime variazioni in sistemi complessi sono studiati in matematica dalla teoria delle catastrofi. Alcuni sistemi presentano un comportamento non lineare, ossia fino ad un certo punto per minime variazioni dei parametri in ingresso si hanno minime variazioni del punto di equilibrio dinamico (“fin qui tutto bene”), ma oltre una certa soglia il punto di equilibrio cambia drasticamente, a salto, generando una situazione “qualitativamente” differente. Noi potremmo essere vicini, con il picco del petrolio, ad uno di questi punti critici. Il petrolio è una fonte rinnovabile il cui tasso di ripristino è nullo, e va quindi sostituito con energie rinnovabili, ma al momento non esiste alcun suo sostituto concreto che possa fornire la stessa enorme quantità di energia consumata nel mondo oggi. Eppure il problema, alle porte, curiosamente non si affronta. I governi, per ingraziarsi gli dei e far gioire il vulgo, si prodigano nel produrre fastosi spettacoli di massa e monumentali opere sullo stretto di Messina. O peggio: cosa c’è di meglio di un bella lotta al terrorismo (guarda caso nascosti nei paesi con le ultime riserve di petrolio) per distrarre cittadini sull’orlo del collasso?

Fonte

Collasso – Jared Diamond

Link

Easter Island Mystery revealed using mathematical model
Intervista al dott. Basener

The Lessons of Easter Island

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